attimo, mi sono quasi sentita in colpa a svegliarlo, ma la curiosità aveva già preso il sopravvento.
Gli ho scosso delicatamente la spalla.
Si mosse lentamente, sbattendo le palpebre nel buio, disorientato.
“Devi dirmi cos’è questo”, dissi a bassa voce, sollevando l’oggetto nella debole luce del mio telefono.
Lo fissò socchiudendo gli occhi per un istante.
Poi la sua espressione cambiò: non di paura, né di confusione, ma di immediato riconoscimento.
“Oh”, disse, come se gli avessi appena mostrato qualcosa di assolutamente comune. “È del mio set di giocattoli. Fa